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IL
BIROCCIO MARCHIGIANO
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"Passa
il biroccio tra le viti e l'olmi con l'ampie brasche piene di covoni..."
G. Pascoli
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STORIA
E CURIOSITA'
Mentre in altre regioni avrebbe avuto scrittori e poeti a celebrarlo,
nelle Marche il biroccio è rimasto patrimonio strettamente domestico.
Era orgoglio della casa, perchè decorato su precise indicazioni
del committente o secondo canoni tradizionali.
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Il
biroccio era elemento partecipe di tutti i giorni lieti e talvolta,
forzatamente, anche di tristi necessità. Il termine "biroccio" per
indicare un veicolo a due ruote è plurisecolare, lo troviamo ricordato
nel
Codex Theodosianus del V sec.
L'etimologia più accredita fa derivare il termine dal latino
biroteus o birotium. |
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Tra
i marchigiani, il termine "biroccio" - proprio per la sua diffusione
- ha assunto anche significati diversi: nel senigalliese infatti è
detta "biròcc" la costellazione dell'Orsa Maggiore, il grande
carro; ed è chiaro, per chi ha fissato il cielo nelle notti serene,
come tale denominazione possa essersi istintivamente originata.
Si dice anche "è un biroccio", in senso |
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dispregiativo, di veicolo rumoroso e sconnesso, come ad esempio potrebbe
essere una vecchia auto. L'immagine del biroccio è stata infine assunta
come simbolo delle Marche dalla filatelìa italiana nella bella serie
"Regioni d'Italia al lavoro" emessa nel 1950, nel francobollo, il
carro carico di sacchi è rappresentato sullo sfondo del Palazzo Ducale
di Urbino. |
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| COM'E'
FATTO Il biroccio
è costruito, generalmente, costruito in legno di olmo, con parti in
noce, quercia, acacia. Una cassa rettangolare, con un fondo e due
sponde laterali con esso nonchè due tavole (anteriore e posteriore)
mobili per facilitare le operazioni di carico, poggia sulla parte
terminale del timone divisa in due e divaricata. Sotto la cassa è
l'assale delle ruote sulle quali grava quasi totalmente il peso, solo
in parte imposto ai buoi tramite il giogo. La struttura descritta
è apparentemente semplice, ma minuziosamente studiata dal lato funzionale
e rifinita nei particolari. Le ruote erano costituite da un robusto
mozzo torniato, cerchiato in ferro, collegato per mezzo di dodici
razze alla corona che porta il cerchione metallico. Tali ruote tipiche
dei carri pesanti presentano analogie evidenti con le ruote dei veicoli
usati dai Celti, popoli della stessa razza dei fondatori di Senigallia.
Per affrontare le discese, un elementare freno (martinicchia) è fatto
agire a mano tirando una fune applicata ad una leva agente su un rullo
attorno al quale si avvolge uan catena che tira i ceppi, comprimendoli
sui cerchioni delle ruote. I Sellari di Ostra mettevano particolare
cura nello studio del "sesto" delle ruote, dell'accoppiameno con l'assale
e dell'equilibrio del carro. Infatti i birocci sono stati sempre esattamente
bilanciati a seconda della zona ove avrebbero dovuto essere impiegati,
pianura o collina, spostando l'impostazione dell'assale delle ruote
lievemente più avanti o più indietro. |
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continua
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